Kainua Project

KAINUA 2017 è il titolo della conferenza organizzata dal Dipartimento di Storia Cultura Civiltà e dal Dipartimento di Architettura dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, a conclusione del progetto Kainua. Restituire, percepire, divulgare l’assente. Tecnologie transmediali per la città etrusca di Marzabotto. Un progetto finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e sostenuto da CINECA, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, e dal Polo Museale dell’Emilia Romagna, che mira, sfruttando le tecnologie digitali più innovative, alla ricostruzione delle strutture architettoniche della città etrusca di Kainua.

Durante il convegno, organizzato per celebrare il compleanno di settant’anni del prof. Giuseppe Sassatelli, noi di Let’s Dig Again non ci siamo fatti scappare l’occasione per fare alcune domande al dott. Andrea Gaucci (Unibo), il Principal Investigator del progetto.

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Dott. Gaucci, ci può spiegare cos’è il Kainua Project?
«ll Kainua Project nasce nel 2013 da un progetto finanziato dal MIUR e ha come obiettivo la ricostruzione virtuale di Kainua, ovvero l’antica città etrusca di Marzabotto. La prima finalità del nostro progetto è la ricostruzione filologicamente corretta delle strutture architettoniche del sito etrusco secondo i più aggiornati standard internazionali; tutto ciò è peraltro da legare anche a quella che è la riflessione su questa disciplina abbastanza nuova che è l’Archeologia Virtuale. Grazie a questa ricostruzione abbiamo uno strumento da utilizzare per riflettere su problematiche che altrimenti sarebbero di difficile comprensione: il rapporto dei volumi con gli spazi aperti, i percorsi, le prospettive di visuale. Questo è solo l’inizio, perché si potrebbe andare oltre nell’analisi, anche di eventi sociali come il famoso rito di fondazione che è una delle caratteristiche fondamentali della città di Marzabotto. Ovviamente oltre a tutti questi aspetti di natura prettamente scientifica che caratterizzano il progetto c’è poi anche il risvolto della disseminazione. Si proporrà infatti di rendere fruibili al pubblico questi prodotti, sia da casa, attraverso il sito web del progetto, sia direttamente sul sito archeologico, anche se ovviamente la vera sfida rimane la fruibilità sul sito».

Parliamo proprio di questi prodotti, quali sono?
«Diciamo che l’Archeologia Virtuale e tutti gli aspetti legati alla fruizione dei beni culturali si stanno muovendo verso la prospettiva della realtà aumentata, cioè della sovrapposizione del virtuale al reale. Questa era la nostra prospettiva iniziale perché così qualsiasi visitatore, indipendentemente che sia uno specialista o un semplice turista, ha la possibilità, camminando per la città, di riviverla attraverso supporti quali tablet e smartphone. Questo a Marzabotto è difficile da realizzare non soltanto per quella che è la potenza computazionale di questi supporti, ma anche per l’assenza di markers e altri riferimenti che rendono difficile questa sovrapposizione fra il virtuale e il reale. Per quanto riguarda la visita sul sito, ci siamo adattati ad un sistema molto più semplice, ma che riteniamo efficace e soprattutto alla portata di tutti viste panoramiche immersive in Realtà Virtuale che possono essere direttamente scaricabili dal sito del progetto senza alcuna applicazione. Questo è molto importante! Pesano pochi megabyte l’una, quindi non serve neanche una banda molto potente. L’installazione di una rete WI-FI libera all’interno dell’area archeologica potrà decisamente favorire questo progetto di potenziamento della leggibilità delle evidenze archeologiche.
Le viste panoramiche permettono di confrontare direttamente la visione dell’immagine ricostruita con ciò che realmente è visibile, spesso solo le fondazioni degli edifici. Queste difficilmente sono comprensibili perché non hanno degli alzati e per il grande pubblico risultano difficili da decodificare.
In questa maniera è possibile confrontare lo stato attuale con la ricostruzione e comprendere meglio, dal punto di vista visivo, come verosimilmente doveva essere l’abitato etrusco di Marzabotto. Inoltre, c’è anche uno step successivo, ovvero la possibilità, attraverso le applicazioni di stereoscopia e la presenza di “Cardboard Viewers”, di rendere questa esperienza ancora più immersiva».

E per quanto riguarda il museo cosa c’è in programma?
«Nella nostra proposta, ovviamente del tutto prototipale, ci sarà un’ulteriore postazione all’interno del Museo che grazie ad una esperienza immersiva permetterà di camminare nella Kainua virtuale e di apprezzare le volumetrie di questi edifici, i punti di vista, gli scorci di questa città come doveva essere 2500 anni fa».

Quanto tempo avete impiegato per la realizzazione di questo progetto?
«Abbiamo impiegato tre anni per questo progetto e abbiamo la ricostruzione di tutta la città. Tuttavia, fino ad ora soltanto un edificio è stato ricostruito secondo un sistema del tutto innovativo che abbiamo chiamato “ArchaeoBIM”, che si basa sul Building Information Modeling. Grazie a questo metodo, tutti gli elementi di una struttura sono intelligenti, capiscono dove si trovano, con chi si devono legare, di che materiali sono fatti e quindi anche le loro caratteristiche fisiche. Questo permette di avere una veloce validazione di quella che doveva essere la statica dell’edificio e quindi capire se veramente poteva stare in piedi, secondo ovviamente una collezione di informazioni che si basa su tutte le fonti a disposizione dai dati di scavo, ma anche dalle fonti antiche, dalle analisi archeometriche e paleobotaniche. L’abbiamo fatto su un edificio perché abbiamo dovuto piegare strumenti legati all’architettura e creare un nuovo processo di analisi. La nostra idea è quella di applicarlo a tutti gli edifici noti della città, non solo creando quindi un ulteriore elemento di validazione delle strutture, ma producendo un enorme database tridimensionale navigabile, anzi, “camminabile”».

Quanto è importante secondo lei avere a disposizione una tecnologia del genere per avvicinare il pubblico all’archeologia?
«Sicuramente molto importante, perché permette appunto di avere una chiave di lettura che è direttamente apprezzabile e direttamente fruibile. È ovvio che dietro a tutto questo c’è un lavoro immenso perché uno degli elementi fondamentali di questa ricostruzione deve essere la validità delle ricostruzioni, la loro coerenza filologica. Senza tutto questo dietro, qualsiasi ricostruzione è solo un lavoro di pura immaginazione e non è utile alla collettività».

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